di Davide Giove Presidente ARCI Puglia
La morte di Bakari Sako ci scuote nel profondo. Non è solo il dolore per una vita spezzata, ma è la limpidezza plastica con cui questo evento ci sbatte in faccia tutte le contraddizioni del nostro tempo e della nostra terra.

Da una parte c’è lui: un uomo, un lavoratore “nero” arrivato dal Mali in Italia attraversando il deserto e il mare. Apparteneva a quella classe sociale di braccianti che il sistema spinge ogni giorno di più ai margini, negando loro spesso l’accesso ai diritti più elementari e fondamentali. Dall’altra parte, ci sono quelli che dovremmo considerare i “germogli” della nostra società: giovanissimi cittadini italiani, quasi tutti minorenni. Sono il nostro bene più prezioso, quel patrimonio che cerchiamo disperatamente di preservare in questo freddo inverno demografico che ogni anno vede la Puglia perdere una popolazione pari a una città di 17.000 abitanti a causa del saldo tra nascite e decessi.
In questo ossimoro tragico che è diventata Taranto — e nel paradosso di un luogo simbolo come Piazza Fontana — l’uomo nero è diventata la vittima e i nostri germogli più verdi si sono trasformati in carnefici.
Non possiamo e non dobbiamo commettere l’errore di guardare a questo fatto efferato solo attraverso la lente del razzismo o, peggio, della mancanza diffusa di sicurezza nelle strade e nelle piazze. Oggi siamo invece chiamati a chiederci, con una sincerità che fa male: cosa non stiamo facendo?
È una domanda scomoda perché i numeri, a ben guardare, dicono che non siamo stati fermi. La Regione Puglia negli ultimi decenni ha investito svariati milioni in politiche giovanili, come mai prima era avvenuto; il welfare regionale, diversi Ministeri, agenzie e fondazioni di diritto privato hanno speso risorse ingenti per contrastare la povertà educativa; lo Stato ha prodotto numerose norme emergenziali con l’intenzione di aumentare la sicurezza e di vigilare sui minori; organizzazioni del Terzo Settore hanno messo in campo azioni, attività e progetti a Taranto come nel resto della Puglia. Eppure, tutto questo non è bastato. Non è servito a impedire che il bisogno di espressione e di contatto di questi ragazzi trovasse mediazione in una lama e scegliesse come obiettivo il più fragile.
La morte di Bakari Sako è solo la punta di un iceberg che diventa un fuoco pirotecnico per l’opinione pubblica solo quando ci scappa il morto. Ma la realtà quotidiana è già da tempo diventata un film dell’orrore la cui trama costringe intere categorie di cittadini a quella condizione innaturale per cui oggi, camminando per strada specie in determinate ore, si arriva a provare paura a incrociare un gruppo di ragazzini. Quando ci siamo inflitti questa condanna, esattamente, e come?
Le analisi superficiali che leggiamo in queste ore — sul consumo di sostanze eccitanti o sugli orari assurdi in cui gli adolescenti vagano senza adulti — non toccano il cuore del problema. Dobbiamo invece interrogarci sul paradigma culturale che queste generazioni stanno costruendo: un modello favorito da rapporti sociali fondati sul consumismo sfrenato, garantito spesso dal denaro facile, e dalla sublimazione della forza esercitata in branco. Oggi la vittima è il migrante, ieri è stata la persona con disabilità, domani sarà la donna offesa, l’anziano col bastone, il coetaneo isolato, lo sfortunato passante.
Come ARCI, abbiamo avviato da tempo sforzi di comprensione, non da ultimo indagando anche con una indagine di Ipsos il sentimento dei più giovani, ma è evidente che non basta. Non riusciamo ancora a intercettare e tradurre la rabbia di questi nostri figli, questi ragazzi che è nostro compito (non dimentichiamolo mai) sforzarci di recuperare, per loro e per la nostra stessa tenuta democratica.
La comunità pugliese oggi piange un uomo che aveva scelto questa Regione per servirla, lavorando nei campi con la speranza di un avvenire migliore, vittima di una violenza cieca che gli ha rubato il futuro che aveva cercato di disegnare nella nostra terra. Ma queste lacrime risulteranno beffarde se non saremo capaci di metterci tutti in discussione: famiglie, scuole e agenzie educative, decisori politici e tutto il mondo del sociale.
Mentre il dibattito pubblico invoca sicurezza, dobbiamo ricordare a noi stessi che la sicurezza vera non è quella che ci mette al riparo dai coltelli, ma è prima di tutto sicurezza di un lavoro e di un salario equo, sicurezza di accesso a cure adeguate, sicurezza dell’istruzione, sicurezza degli affetti. La sicurezza vera, che in intere fasce delle nostre aree metropolitane sta mancando, è la sicurezza del diritto ad un futuro.
Quel futuro che a Bakari Sako è stato per sempre negato da ragazzi che non hanno, forse, mai avuto desiderio di immaginarne uno.
Questa deve essere l’ora del coraggio. Il coraggio di ammettere che, da domani, nulla nel nostro impegno civile potrà più essere come è stato fino ad oggi, il coraggio della scomodità di chi, come noi, dovrà educare innanzitutto sé stesso ad un esercizio di comprensione nuovo, senza il quale nessun decreto sicurezza e nessuna misura milionaria potranno bastare né servire. Lo dobbiamo ai tanti, troppi Bakari Sako che affollano la cronaca nera scuotendo le coscienze per il tempo breve di un post, di un comunicato, di un sit-in.
Per questo chiamiamo tutti, decisori, organizzazioni, cittadini ad una riflessione che non si limiti allo sgomento e che ponga le basi solide per una riscrittura vera del nostro patto sociale e intergenerazionale. Per questo saremo presenti al presidio convocato a Taranto, in Piazza Fontana, alle 17:30 del 14 maggio, per il quale auspichiamo una massiccia partecipazione.
